Fauna

Un angolo incontaminato
  fauna
Non è semplice esprimere in poche righe quello che si prova allontanandosi dal centro abitato per immergersi in un mondo dove la natura sembra essersi impegnata oltre ogni limite. Tutto questo succede a Bardonecchia, dove forse non molti sanno che è sufficiente spostare lo sguardo oltre “Via Medail”, per scoprire che nei boschi sono ancora presenti il cervo, il capriolo, il cinghiale, e la furbissima volpe.
Se poi ci spingiamo oltre il limite del larice (2000 metri) possiamo addirittura incontrare il camoscio, la marmotta, l’aquila e con un po’ di fortuna potrebbe capitarci di vedere volteggiare con la sua immensa apertura alare il gipeto che da poco ha fatto la sua inaspettata apparizione nei nostri cieli. Sono tante le specie animali che popolano la conca di Bardonecchia con le sue valli limitrofe: avvoltoi, albanelle, poiane, galliformi per non parlare degli innumerevoli passeriformi.
E’ stata segnalata anche la ricomparsa di alcuni esemplari di lupo nell’oasi naturalistica di particolare pregio costituita dal Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand e sul territorio di alcuni Comuni dell’Alta Valle Susa.
Il cervo
 cervo
Già presente in questi territori, in seguito scomparso per innumerevoli cause, ha nuovamente fatto la sua riapparizione negli anni ‘60, nel Gran Bosco di Salbertrand. Reintrodotto da parte dell’uomo, in pochi anni è tornato ad occupare discretamente i suoi antichi ed abituali spazi tanto che gli ultimi censimenti ne danno più di un migliaio distribuiti su tutta la Val di Susa. Il più imponente degli ungulati arriva a pesare fino a 210 kg il maschio e 160 kg. la femmina con una altezza al garrese di 110 – 135 cm. nei maschi e 95 – 105 cm. nelle femmine.

Il trofeo presente solo nei maschi è costituito da due stanghe ramificate con un numero di punte che varia a seconda dell’età e dell’alimentazione e raggiunge il suo massimo splendore verso i 10-12 anni di età. Ogni anno a primavera il palco viene, come si dice in gergo, “posato” per poi ricrescere completamente in pochi mesi ed essere pronto verso ottobre per difendere le femmine conquistate durante il bramito.

Il mantello è fulvo-rossiccio d’estate e grigio-marrone d’inverno, caratteristico è lo specchio anale biancastro che contraddistingue la specie. In Europa vivono sei sottospecie di cervo elaphus e due di queste in Italia: il cervo sardo in Sardegna e il cervo europeo nella penisola. Quelli che ci interessano in particolar modo sono distribuiti sulle Alpi e, anche se ridotti al minimo durante la seconda guerra mondiale, ora risultano essere più di 16000.
Il capriolo
 capriolo
Come il cervo anche il capriolo intorno agli anni ‘60 ha ripreso a far parte della fauna piemontese, in Italia sono stati stimati circa 24.000 capi: tre quarti circa derivano da tre nuclei storici:

– dell’Ossola, dovuto alla migrazione naturale del Canton Ticino;

– dell’Alta Valle Susa, discendente dal rilascio di 50 capi circa prelevati in Slovenia verso il 1964;

– della Langa, formatosi per migrazione spontanea dal savonese.

Molto più piccolo del cugino cervo arriva a pesare 18-30 kg. il maschio e 24-26 kg. la femmina, con una altezza al garrese di 80 cm il capriolo è il più presente degli ungulati non per numero ma perché popola indistintamente e con sorprendente spirito di adattamento ogni angolo delle nostre valli. Lo possiamo infatti trovare vicino all’autostrada, in curante dei T.I.R. che gli sfiorano il classico specchio anale bianchissimo, lo si vede spesso nei prati circostanti il centro abitato, nei boschi e a volte pascola tranquillamente vicino al camoscio oltre il limite degli alberi.

Il caratteristico trofeo maschile si sviluppa dal decimo mese di età, cade in autunno, e viene rinnovato in inverno.

Come per il cervo, durante la crescita il palco è ricoperto e nutrito da una cute pelosa chiamata velluto.

A sviluppo terminato esso viene staccato mediante sfregamento contro gli arbusti fino ad ottenere la pulizia totale del nuovo trofeo che presenta un colore bianco-rossastro per poi ottenere quello definitivo ad estate inoltrata. Per riuscire a vederlo in estate bisogna cercare tra il verde una macchia appariscente quasi arancione mentre in inverno l’avvistamento rimane più difficoltoso in quanto il colore risulta essere bruno-grigiastro e facilmente confondibile con l’ambiente, soprattutto in assenza di neve.

Il camoscio
 camoscio

Da sempre simbolo delle nostre Alpi, dopo un gravissimo calo subito durante la Seconda Guerra Mondiale ed una successiva gestione superficiale, la popolazione di questo ungulato è oggi al suo massimo storico.

A causa forse dello spostamento dell’attenzione da parte dei cacciatori verso il cervo ed il capriolo, i camosci stanno addirittura occupando zone di media e bassa montagna nelle quali non se ne ricordava la presenza da secoli.

Gli ultimi censimenti parlano di circa 30.000 avvistamenti.

Animale splendido ed elegante, dal portamento fiero e con una agilità che non ha rivali con i suoi 45 kg. il maschio è capace di compiere evoluzioni ed acrobazie su dirupi e strapiombi che solo il cugino stambecco è in grado di eguagliare. Appartiene alla famiglia dei bovidi e come tale il trofeo che lo contraddistingue è permanente e simile per entrambi i sessi: formato da due astucci di tessuto (analogo a quello delle nostre unghie), ciascuno dei quali inserito su un supporto osseo verticale.

Il mantello, come nei precedenti casi, muta a seconda delle stagioni, bruno quasi nero in inverno con una mascherina facciale molto contrastata rispetto alle zone della gola e dello specchio anale. In estate varia da giallastro pallido a grigio-rossastro, gli arti rimango più scuri e la mascherina più evidenziata. Lo zoccolo è molto morbido per favorire l’aderenza sulla roccia con un bordo più duro che permette lo spostamento su versanti ripidi. E’ interessante sapere che il cuore, molto voluminoso, pompa sangue ricco di globuli rossi consentendo al camoscio sforzi violenti anche ad alta quota.

L’aquila reale
 aquilareale

Con una apertura alare di 2 metri (inferiore soltanto al gipeto) questo rapace diurno è il più grande e maestoso che vive e si riproduce sulle vette della conca. Il colore dall’adulto è uniforme, bruno scuro con una splendida nuca dorata, i giovani nati invece presentano evidenti macchie bianche che vanno scomparendo con gli anni.

Come quasi in tutte le specie di rapaci il maschio è di dimensioni inferiori con un peso che può variare da 2,8 kg. a 4,5 kg, mentre nelle femmine si passa da 3,8 a 6,7 kg. Presente nei nostri cieli da sempre ha rischiato l’estinzione parecchi anni fa’, fortunatamente ora il numero sembra in leggero aumento grazie alla protezione di questo volatile da parte dell’uomo e al divieto assoluto di cacciarlo. E’ molto facile riconoscerlo in volo, le ali durante il volteggio sono tenute a forma di V molto aperta. Per portarsi in alta quota preferisce sfruttare le correnti ascensionali e quindi effettuare lunghe planate per spostarsi da un versante ad un altro.

Potrebbe essere facile confonderla con la Poiana che a differenza risulta essere più piccola e tozza, avere le ali e la coda meno allungate ed il capo meno sporgente. Un trucco per riconoscerla è scrutare la coda: nella poiana è generalmente aperta a ventaglio mentre nell’aquila risulta rettangolare e più stretta.

Occupando un territorio che si estende per circa 100-120 kmq., l’aquila riesce a controllare pareti rocciose e vallate con una facilità sorprendente grazie alla sua vista che risulta essere tre volte superiore a quella dell’uomo (sembra che riesca a scorgere un topolino a trecento metri di altezza ed un coniglio ad un kilometro e mezzo di distanza).

Da secoli si accusa questo volatile di predare animali domestici e di distruggere cucciolate di animali selvatici, le sue prede preferite sono effettivamente marmotte, volpi lepri, ermellini e giovani ungulati si tratta però nella maggior parte dei casi di animali indeboliti o già morti inoltre occupando territori molto vasti la sua predazione incide in modo trascurabile sul numero delle sue prede.

I siti di nidificazione dell’aquila reale sono costituiti da pareti rocciose, situati da un minimo di 1000 metri ad un massimo di 2300 metri, in genere si contano dai cinque ai sette nidi in un territorio occupato da una coppia che a rotazione ogni anno ne utilizza uno rinnovandolo con rami freschi staccati anche direttamente dagli alberi. Spesso il nido è posto al di sotto del territorio di caccia in modo che la nutrizione del piccolo sia meno difficoltosa soprattutto con prede molto pesanti, a metà marzo vengono deposte a distanza di 3-5 giorni due uova (in casi eccezionali anche quattro) ma la cova che dura quarantacinque giorni inizia con la deposizione del primo uovo.

Questo permette così al primo pulcino di nascere in anticipo e negli anni in cui il cibo scarseggia, sviluppandosi più velocemente, potrebbe anche uccidere il più piccolo e debole fratello. Si stimano in tutto il Piemonte circa 85 coppie di cui se ne riproducono soltanto il settanta percento con una produttività media annua di 0,7 piccoli per coppia.

La volpe
 volpe
Perseguitata fin dai tempi antichi (soprattutto in Inghilterra) la volpe beffandosi dell’accanimento con cui l’uomo cercò di sterminarla, dell’insufficienza di cibo, delle frequenti malattie parassitarie, della predazione, e degli incidenti stradali ha risposto prontamente con rapidi incrementi.
La specie ha così dimostrato una forte tendenza all’aumento, soprattutto in Alta Valle, anche se non si possiedono cifre esatte per valutare l’andamento della popolazione.
Il pelo è tipicamente marrone-rossastro, le orecchie nere nella parte posteriore ed un bellissimo ciuffo bianco in cima alla coda. Con un peso compreso tra i 5 e i 10 kg. la volpe è ormai presente ovunque addirittura la si incontra spesso di notte per le strade dei paesi in cerca di cibo nella spazzatura.
L’alimentazione di questo predatore è molto varia: uccelli, piccoli mammiferi, invertebrati, frutta, animali morti, e rifiuti di tutti i generi.
Proprio per questa sua ampiezza alimentare è riuscita ad inserirsi ovunque e ad adattarsi ad ogni tipo di situazione con sorprendente facilità fino ad arrivare a riprodursi in mezzo al traffico delle grandi città.
A tutt’oggi la mia attenzione è rivolta con entusiasmo al ritorno nel nostro territorio di un animale che da tempo stavamo aspettando con ansia: IL LUPO. Confidando nella veridicità delle ultime notizie sulla sua reintroduzione spontanea, vi invito ad un impegno reciproco per salvaguardare un raro e prezioso predatore, erroneamente perseguitato nel corso dei secoli.
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