Parco Archeologico Tur d’Amun

Nel periodo compreso tra aprile 1999 e dicembre 2001 sono iniziati iturdamun
primi lavori di scavo e restauro sul sito del castello delfinale di Bardonecchia, avviati nell’ambito del progetto per la creazione di un
parco archeologico attuato con finanziamenti CEE e promosso dal Comune di Bardonecchia. L’intervento si è svolto sull’area dove sorgono i resti della torre denominata localmente “Tur d’Amun”, unica testimonianza ancora visibile di un complesso assai articolato. Il
castello, localizzato a monte del più antico nucleo dell’abitato, sulle estreme pendici della dorsale che scende dal vallone della Rho congiungendosi con il Vallone del Frejus, dominava la conca di Bardonecchia, contrapponendosi al castello di Bramafam, che sorgeva sul lato opposto della conca, sul luogo oggi occupato dall’omonimo forte ottocentesco.

I castelli di Bramafam e di Borgo Vecchio erano stati edifici con una storia di lunga durata alle loro spalle e con una funzione essenziale di incardinamento della signoria locale.
La data di fondazione non è nota, ma i primi documenti che lo riguardano risalgono alla  prima metà del XIV sec. La documentazione medievale, ed in particolare due descrizioni del 1339, relative ad una valutazione economica del territorio dei Delfini, ricorda un impianto strutturato intorno a tre torrioni quadrati, con sale, cucina, stalle ed altri edifici. L’insieme era circondato da una
cinta muraria per un perimetro di circa 160 metri, mentre la torre centrale, alta circa 21 metri, era affiancata da una loggia  e da una sala di rappresentanza. Il complesso rappresentava il centro del potere della signoria consortile dei De Bardonisca, alla quale nel Trecento si unirono i Delfini, acquistando una quota del feudo di Bardonecchia e del castello inferiore (“Tur d’Amun”) e prendendo
possesso del castello superiore di Bramafam.

I De Bardonisca, o De Bardonnèche nella vulgata francese, erano una famiglia dalle solide tradizioni  militari e dal forte radicamento nella loro terra di origine. Controllavano la valle del Rio di Bardonecchia da Beaulard fino ai colli della Rho e della Scala.
Attraverso quest’ultimo mantenevano i contatti con altre terre signorili da loro possedute nella valle Clarée e a Névache.

Sia Bardonecchia, sia Névache erano terre dove per generosità del governatore di Susa e Moriana, Abbone, fin dall’VIII secolo era stata notevole la presenza del cenobio novalicense della Val Cenischia e lo stesso Castrum Bardium che compare nei privilegi imperiali del IX secolo a favore della Novalesa secondo un’interpretazione dell’anonimo cronista del monastero (sec. XI) è stato più volte identificato con un villaggio fortificato altomedioevale di nome Diobia. Non solo, questo castello deve corrispondere all’oppidum Diovia menzionato dall’Anonimo Ravennate tra le fortificazioni dei Goti in area alpina, quindi occupato dai Longobardi dopo il 568 – da cui il cambiamento del nome in Castrum Bardium nella valle di Bardonecchia come vuole il cronista novalicense – che attesterebbe un’origine tardoimperiale e una comunità altomedievale di quell’ insediamento fortificato altrimenti difficilmente documentabile. La grave crisi che colpì il cenobio di Novalesa durante il generale stato d’insicurezza che nel X secolo conobbe tutta l’area alpina, spinse quei monaci ad abbandonare la
valle. La valle fu riconquistata militarmente dai marchesi di Torino, gli Arduinici, a fine secolo, ma la presenza novalicense, a Bardonecchia, fu patrimonialmente annullata.

La conflittualità e la concorrenza ai più alti vertici dei poteri regionali dovette comunque favorire il formarsi di una signoria locale capace di assolvere ai compiti di coordinamento e coercizione. Da lì dovette nascere la potenza dei De Bardonisca che poterono organizzare la loro dominazione locale nei vuoti di potere lasciati da altri, creando un consortile che materializzava  nel controllo di una fortezza la propria capacità d’imporsi o neutralizzare altre forze concorrenti. Quella che nacque fu una signoria di castello ben inserita, adesso, lungo i percorsi minori intralpini tra i vescovati di Torino, Moriana ed Embrun, attenta agli sviluppi che, dopo il 1140, porteranno all’aspra concorrenza tra conti di Savoia e conti d’Albon per il controllo dei valichi montani, senza determinare da parte dei De Bardonisca uno schieramento esclusivo a favore di uno dei contendenti.
Intorno al castello inferiore ( confuso poi dagli eruditi con la sola “Tur d’Amun”) i De Bardonisca seppero strutturare il vero nucleo storico della Bardonecchia medievale: Borgo Vecchio. Una struttura accentrata disposta a ventaglio lungo le curve di livello ad oriente della basse court del castello e suddivisa in quartieri secondo una ortogonalità che è propria delle appendici castellane che metteva fine all’insediamento sparso della popolazione montana.

Gli ultimi fatti che interessano la fortificazione sono relativi alle guerre religiose: nel 1562 il castello, occupato dagli Ugonotti, fu riconquistato dalle truppe cattoliche del La Cazette, che nel corso del contrattacco danneggiarono gravemente le strutture, giungendo ad appiccarvi il fuoco.

Nel Seicento castello e Signori passarono alla famiglia De Jouffrey, che pur provvedendo ad un restauro, non vi abitò stabilmente. Già nel 1670 la comunità di Bardonecchia ne acquistò i diritti signorili e di piena proprietà : la settecentesca “Carta topografica in misura della Valle di Susa”, conservata nell’archivio di stato di Torino, riporta ancora il perimetro murario quadrangolare, con la torre maggiore e due torricelle minori,  rivolte a valle, ma il catasto, nel 1866, registra esclusivamente il torrione sommitale, attribuito
ad un fondo privato.

Nei primi anni del Novecento, tuttavia la struttura risultava ancora in piedi fino alla linea dei merli, come si può notare dalle cartoline d’epoca, mentre erano ancora percepibili la base della torretta cilindrica orientale e parte del muro di cortina.

Un primo crollo intorno agli anni Venti e quello definitivo, avvenuto nell’immediato dopoguerra, ridussero la torre ad un cumulo di macerie, cancellando le tracce degli altri edifici. I resti della torre non subirono più alcuna manutenzione, restando soggetti ad un costante interro dovuto al progredire del degrado e allo spoglio degli elementi della muratura.

Al momento dell’intervento di scavo sopravviveva la parte inferiore del torrione ed erano ancora visibili parte del basamento del torricello orientale, nonché tratti delle due cinte murarie che delimitavano il complesso a valle, l’una sui margini del pianoro superiore e l’altra a contenimento del ripiano inferiore, localizzato a sud; tale ripiano faceva parte del complesso e qui erano certamente
localizzati altri edifici, se non addirittura una delle due altre torri menzionate nei documenti trecenteschi, delle quali si sono perdute le tracce.

I lavori sono stati condotti in tre lotti successivi, iniziando con la rimozione dei depositi di crollo all’interno e all’esterno della torre, proseguendo con il consolidamento, il restauro e la rifunzionalizzazione delle strutture riportate in luce e terminando con l’allestimento necessario alla fruizione esterna dell’area, mediante la posa di illuminazione, parapetti e pannelli didattici.

L’asportazione dei depositi di crollo, pur non arrivando a evidenziare i livelli archeologici, a causa dell’enorme quantità di detriti, ha consentito di riportare in luce una serie di strutture, il cui sviluppo planimetrico riflette nel complesso l’aspetto del castello nella sua fase matura.

Il complesso si sviluppa a partire in origine dalla torre a pianta quadrata, attualmente preservata per un’altezza di circa 7 metri, localizzata sulla sommità e delimitata a valle da un primo muro di terrazzamento. La torre è interamente realizzata in pietra e malta di calce.

All’interno si notano ancora le riseghe di posa degli orizzontamenti lignei originari, che suddividevano la parte residua in vani dell’altezza di tre metri circa; sopravvivono il vano a terra, il piano intermedio e la base del terzo, conservato in elevato per poco più di mezzo metro.

Un secondo terrazzamento più a valle, segnala il successivo sviluppo del complesso, cui si vanno annettendo altri edifici: sulla parte sommitale la torre centrale viene inglobata, sui lati meridionale ed orientale, in un sistema fortificato dotato di due torrette circolari angolari, secondo più aggiornati dettami di architettura militare.

All’interno lo spazio è suddiviso in tre grandi vani rettangolari, comunicanti tra loro e a loro volta aperti verso il camminamento interno che viene a crearsi tra il preesistente primo terrazzamento e le nuove strutture. L’insieme si arricchisce di ulteriori elementi che ne suggeriscono la funzione residenziale, oltre che difensiva.

Ciò che appare certo è che tra XV e XVI secolo i consignori, di fronte alle ripetute contestazioni dei rustici circa le taglie arbitrarie, arrestarono le attività di ammodernamento del castello. Il periodo di maggiore attività costruttiva si collocherebbe pertanto tra XIV e XV secolo, nel momento in cui il delfino venne a far parte del consortile, ottenendo il diritto d’uso proprio sulla “Tur d’Amun”, ovvero sulla torre sommitale.

Successivamente il complesso non dovette subire rilevanti modifiche fino almeno al 1562, quando sono documentati seri danni dovuti all’assalto di La Cazette.

Abitato sporadicamente fin dalla seconda metà del XVII secolo, il complesso aveva iniziato da allora un lento ma inesorabile declino, marcato soprattutto dal progressivo degrado degli edifici annessi alla torre, dei quali già all’inizio del XIX secolo si era persa memoria.

Durante la seconda campagna di scavo cominciata nel 2003 è stato effettuato, di concerto con la Soprintendenza ai beni Archeologici, l’intervento di scavo che ha portato alla luce numerosi ambienti fino ad allora sconosciuti. Sono inoltre iniziati i lavori di consolidamento delle murature, ultimati nel 2004. Il progetto del Parco Archeologico della “Tur d’Amun” è stato reso possibile grazie al finanziamento della Provincia di Torino sul Piano Integrato d’Area (PIA).

Durante le campagne di scavo sono venute alla luce, intorno all’imponente torre quadrangolare, numerose e possenti murature relative al complesso fortificato. Oltre alle due piccole torri circolari già parzialmente visibili lungo il lato meridionale, sono ora evidenti tre grandi vani di forma quadrangolare all’interno dei quali sono stati aggiunti i piani pavimentali.

È stato allestito nell’area del castello e, all’interno della torre,  un percorso di fruizione culturale e turistica del parco archeologico, attraverso la realizzazione di un itinerario guidato che illustra l’archeologia, la storia e i restauri del castello dal quale si può godere di un punto di vista privilegiato e storicamente coerente
sull’intera conca di Bardonecchia. Nel paesaggio visibile dal castello è possibile leggere l’intera storia del territorio: dalla formazione (morfologia naturale), al popolamento medievale, alle colture tradizionali, alla ricchezza e varietà ambientale, alla costruzione delle infrastrutture transfrontaliere fino al turismo recente e alle opere olimpiche.

Ritenendo il parco archeologico un ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all’aperto” la sua valorizzazione avverrà, ed è già avvenuta in fase sperimentale nell’estate 2004, anche attraverso l’organizzazione di manifestazioni culturali che ne sottolineino il carattere di centralità antropica propria dei castelli, riportando le persone a vivere un antico spazio. Già scenografia dello spettacolo teatrale “Poent do
jorn”, tratto dal libro di Carlo Grande “La viadei lupi,” e dell’incontro “Parole, immagini e suoni sui tesori di arte e cultura alpina della Valle di Susa”, è stato, nell’estate 2005, il palcoscenico naturale di spettacoli tra i quali il gruppo occitano Lou Dalfin, vincitore del premio Tenco 2004, previsto per il 9 luglio, giorno nel quale si è svolta la cerimonia di apertura ufficiale del Parco Archeologico.

Note: i testi sono stati estrapolati da “Quaderni della soprintendenza archeologica del Piemonte: Tur d’Amun” di Luisa Pejrani Baricco – Nicoletta Cerrato per la prima campagna di scavi”I castelli medievali di Bardonecchia” di Luca PatriaAppunti del dott. Stefano Galloro. Appunti dell’architetto Andrea Longhi

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