Arte e Cultura Alpina

Progetto Arte e Cultura Alpina

 

Ponte naturale per il transito attraverso l’Europa, la Valle di Susa, nel corso dei secoli, è stata testimone di importanti momenti storici e custode di un immenso patrimonio di arte e cultura alpina che, insieme alle bellezze naturali, ha creato un’area territoriale unica. L’opportunità è quella di trasformare queste grandi risorse in un museo diffuso, creando una serie di itinerari che consentano di visitare il variegato mosaico di testimonianze culturali della nostra area, in particolare attraverso gli itinerari dell’arte sacra, dell’archeologia, della cultura materiale e delle fortificazioni.L’archeologia sottolinea una straordinaria peculiarità della Valle di Susa, individuabile nell’avere conservato attraverso i secoli le tracce significative dei vari periodi legati alla storia dell’uomo, a partire dall’età preistoriche fino ai tempi moderni, in un susseguirsi di civiltà e culture.
Il patrimonio di arte sacra si inserisce in un territorio dove altissime montagne si affiancano a profondi e articolati canaloni ricoperti da fitti boschi e tali caratteristiche hanno da sempre ispirato l’uomo nel suo rapporto con il divino. La Valle di Susa proprio a causa della presenza di numerosi passi alpini, ha rivestito un’importanza strategica fondamentale e questo spiega la diffusa e visibile presenza di fortificazioni sul territorio. In un ambito territoriale sostanzialmente omogeneo si può osservare una stratificazione storica di architettura militare che va dal medioevo sino all’ultimo conflitto mondiale, con interventi in genere di particolare pregio sia nel campo architettonico, sia in quello puramente estetico. Per maggiori informazioni, consultare il sito: www.bardonecchiafortificata.it

La cultura materiale racconta la storia degli uomini e delle donne che hanno abitato e abitano la Valle, lavorando e interagendo con la montagna, creando possibilità di vita nella terra del fondovalle e nei duri e ripidi pendii dei monti. La ricchezza della presenza umana in quest’area è anche testimoniata dal molteplice fondo linguistico che si articola in più direzioni, ora italianizzanti, ora con forti influenze transalpine e da produzioni enogastronomiche di alta qualità.

Patrimonio Artistico

Sul territorio del Comune di Bardonecchia, che comprende anche quello degli ex Comuni di Rochemolles, Millaures, Melezet e Les Arnauds, sono presenti ben 53 edifici religiosi: dalle cinque chiese parrocchiali alle numerose cappelle affrescate, ai piloni votivi disseminati per le valli sin oltre i 3000 metri.
Le chiese e le cappelle costituiscono e contengono un patrimonio artistico ed architettonico di notevole interesse: caratteristici campanili, retables barocchi (mostre d’altare), affreschi del XV secolo, sculture ed intagli lignei policromati, fonti battesimali ed intagli lapidei, arredi di pregio.
La presenza di questo ricco patrimonio artistico – testimonianza della profonda devozione popolare della gente di montagna e della storia del paese e dell’Alta Valle Susa per molti secoli legata al Delfinato ed al Regno di Francia – offre occasioni di abbinare brevi passeggiate con la scoperta di veri e propri tesori alpini inseriti in un contesto ambientale di grande bellezza.
Le chiese parrocchiali sono di norma aperte ed accessibili; per la visita delle cappelle affrescate si rinvia ai programmi di visite guidate ed ai calendari di apertura degli edifici.

 

 

Chiesa Parrocchiale di S.Ippolito

 

s.ippolito
S.Ippolito

La chiesa si trova a Bardonecchia e gli elementi di interesse artistico sono:

– Campanile romanico dell’ antica chiesa;

– Fonte battesimale in pietra (1573);

– Altare maggiore (retable fine XVII secolo);

– Coro ligneo (1435 – 1440);

– Predella lignea (bassorilievo policromo).

Per maggiori informazioni visita www.bardonecchiasantippolito.blogspot.com

 

 

Chiesa Parrocchiale di S.Lorenzo Martire (1613)

 

La chiesa si trova nella frazione Les Arnauds ed i suoi elementi di interesse artistico sono:

– Fonte battesimale in pietra (1631);
– Croce processionale (inizio ‘700);
– Altare maggiore (retable primi anni ‘700).

 

 

Cappella Notre Dame du Coignet

 

La Cappella si trova nella frazione Les Arnauds ed i suoi principali elementi di interesse artistico sono:

– Affreschi XV secolo recentemente restaurati
ESTERNO: Annunciazione, S.Cristoforo, S.Antonio
INTERNO: Pietà, S.ta Lucia, S.Agata, Dormitio,Virginis, Visitazione, S.Grato ect.

 

 

Chiesa Parrocchiale S.Antonio Abate (1694)

 

La Chiesa si trova nella frazione Melezet ed i suoi principali elementi di s.antonioabateinteresse artistico sono:

– Campanile dell’ Alta Valle Susa e Delfinato;

– Altare maggiore (retable 1698 – 1699);

– Dipinti;

– Decorazione di intagli lignei policromi (grappoli del Melezet).

 

 

 

Cappella del Carmine

 

La Cappella si trova nella frazione Melezet ed i suoi principali elementi di interesse artistico sono:

– Dipinti e sculture lignee (XVI – XIX secolo)

 

 

Cappella di S.Sisto

 

La Cappella si trova nella frazione Melezet ed i suoi principali elementi di s.sistointeresse artistico sono:

– Affreschi XV secolo restaurati di recente;
ESTERNO: Giudizio Universale;
INTERNO: Annunciazione, S. Cristoforo, S. Sebastiano, vita di S. Sisto

 

 

Chiesa Parrocchiale S.Pietro Apostolo (XIII sec)

 

La Chiesa si trova nella frazione Rochemolles ed i suoi principali elementi s.pietroapostoloartistici sono:

– Soffitto a cassettoni;
– Tribuna;
– Coro e leggio;
– Affreschi del XV secolo

 

 

Cappella Prà Lavin

 

La Cappella si trova nella frazione Rochemolles ed i suoi principali elementi artistici sono:

– Affreschi del XV secolo

 

 

Chiesa Parrocchiale S.Andrea Apostolo

 

La Chiesa si trova nella frazione Millaures ed i suoi principali elementi di s.andreaapostolointeresse artistico sono:

– Campanile dell’Alta Valle Susa e Delfinato
– Crocefisso Ligneo

 

 

Cappella S.Andrea ad Horres

 

La Cappella si trova nella frazione Millaures ed i suoi principali elementi di s.andreainteresse artistico sono:

– Affreschi del XV secolo;
ESTERNO: Cavalcata dei Vizi;
INTERNO: Scene della vita di S. Andrea, S. Giacomo,S. ta Lucia, etc

 

Parco Archeologico “Tur d’Amun”

 

Nel periodo compreso tra aprile 1999 e dicembre 2001 sono iniziati iturdamun
primi lavori di scavo e restauro sul sito del castello delfinale di
Bardonecchia, avviati nell’ambito del progetto per la creazione di un
parco archeologico attuato con finanziamenti CEE e promosso dal Comune
di Bardonecchia. L’intervento si è svolto sull’area dove sorgono i
resti della torre denominata localmente “Tur d’Amun”, unica
testimonianza ancora visibile di un complesso assai articolato. Il
castello, localizzato a monte del più antico nucleo dell’abitato, sulle
estreme pendici della dorsale che scende dal vallone della Rho
congiungendosi con il Vallone del Frejus, dominava la conca di
Bardonecchia, contrapponendosi al castello di Bramafam, che sorgeva sul
lato opposto della conca, sul luogo oggi occupato dall’omonimo forte
ottocentesco.

I castelli di Bramafam e di Borgo Vecchio erano stati edifici con
una storia di lunga durata alle loro spalle e con una funzione
essenziale di incardinamento della signoria locale.

La data di fondazione non è nota, ma i primi documenti che lo
riguardano risalgono alla  prima metà del XIV sec. La
documentazione medievale, ed in particolare due descrizioni del 1339,
relative ad una valutazione economica del territorio dei Delfini,
ricorda un impianto strutturato intorno a tre torrioni quadrati, con
sale, cucina, stalle ed altri edifici. L’insieme era circondato da una
cinta muraria per un perimetro di circa 160 metri, mentre la torre
centrale, alta circa 21 metri, era affiancata da una loggia  e da
una sala di rappresentanza. Il complesso rappresentava il centro del
potere della signoria consortile dei De Bardonisca, alla quale nel
Trecento si unirono i Delfini, acquistando una quota del feudo di
Bardonecchia e del castello inferiore (“Tur d’Amun”) e prendendo
possesso del castello superiore di Bramafam.

I De Bardonisca, o De Bardonnèche nella vulgata francese, erano una
famiglia dalle solide tradizioni  militari e dal forte radicamento
nella loro terra di origine. Controllavano la valle del Rio di
Bardonecchia da Beaulard fino ai colli della Rho e della Scala.
Attraverso quest’ultimo mantenevano i contatti con altre terre
signorili da loro possedute nella valle Clarée e a Névache.

Sia Bardonecchia, sia Névache erano terre dove per generosità del
governatore di Susa e Moriana, Abbone, fin dall’VIII secolo era stata
notevole la presenza del cenobio novalicense della Val Cenischia e lo
stesso Castrum Bardium che compare nei privilegi imperiali del IX
secolo a favore della Novalesa secondo un’interpretazione dell’anonimo
cronista del monastero (sec. XI) è stato più volte identificato con un
villaggio fortificato altomedioevale di nome Diobia. Non solo, questo
castello deve corrispondere all’oppidum Diovia menzionato dall’Anonimo
Ravennate tra le fortificazioni dei Goti in area alpina, quindi
occupato dai Longobardi dopo il 568 – da cui il cambiamento del nome in
Castrum Bardium nella valle di Bardonecchia come vuole il cronista
novalicense – che attesterebbe un’origine tardoimperiale e una comunità
altomedievale di quell’ insediamento fortificato altrimenti
difficilmente documentabile. La grave crisi che colpì il cenobio di
Novalesa durante il generale stato d’insicurezza che nel X secolo
conobbe tutta l’area alpina, spinse quei monaci ad abbandonare la
valle. La valle fu riconquistata militarmente dai marchesi di Torino,
gli Arduinici, a fine secolo, ma la presenza novalicense, a
Bardonecchia, fu patrimonialmente annullata.

La conflittualità e la concorrenza ai più alti vertici dei poteri
regionali dovette comunque favorire il formarsi di una signoria locale
capace di assolvere ai compiti di coordinamento e coercizione. Da lì
dovette nascere la potenza dei De Bardonisca che poterono organizzare
la loro dominazione locale nei vuoti di potere lasciati da altri,
creando un consortile che materializzava  nel controllo di una
fortezza la propria capacità d’imporsi o neutralizzare altre forze
concorrenti. Quella che nacque fu una signoria di castello ben
inserita, adesso, lungo i percorsi minori intralpini tra i vescovati di
Torino, Moriana ed Embrun, attenta agli sviluppi che, dopo il 1140,
porteranno all’aspra concorrenza tra conti di Savoia e conti d’Albon
per il controllo dei valichi montani, senza determinare da parte dei De
Bardonisca uno schieramento esclusivo a favore di uno dei contendenti.
Intorno al castello inferiore ( confuso poi dagli eruditi con la sola
“Tur d’Amun”) i De Bardonisca seppero strutturare il vero nucleo
storico della Bardonecchia medievale: Borgo Vecchio. Una struttura
accentrata disposta a ventaglio lungo le curve di livello ad oriente
della basse court del castello e suddivisa in quartieri secondo una
ortogonalità che è propria delle appendici castellane che metteva fine
all’insediamento sparso della popolazione montana.

Gli ultimi fatti che interessano la fortificazione sono relativi
alle guerre religiose: nel 1562 il castello, occupato dagli Ugonotti,
fu riconquistato dalle truppe cattoliche del La Cazette, che nel corso
del contrattacco danneggiarono gravemente le strutture, giungendo ad
appiccarvi il fuoco.

Nel Seicento castello e Signori passarono alla famiglia De
Jouffrey, che pur provvedendo ad un restauro, non vi abitò stabilmente.
Già nel 1670 la comunità di Bardonecchia ne acquistò i diritti
signorili e di piena proprietà : la settecentesca “Carta topografica in
misura della Valle di Susa”, conservata nell’archivio di stato di
Torino, riporta ancora il perimetro murario quadrangolare, con la torre
maggiore e due torricelle minori,  rivolte a valle, ma il catasto
, nel 1866, registra esclusivamente il torrione sommitale, attribuito
ad un fondo privato.

Nei primi anni del Novecento, tuttavia la struttura risultava ancora in
piedi fino alla linea dei merli, come si può notare dalle cartoline
d’epoca, mentre erano ancora percepibili la base della torretta
cilindrica orientale e parte del muro di cortina.

Un primo crollo intorno agli anni Venti e quello definitivo, avvenuto
nell’immediato dopoguerra, ridussero la torre ad un cumulo di macerie,
cancellando le tracce degli altri edifici. I resti della torre non
subirono più alcuna manutenzione, restando soggetti ad un costante
interro dovuto al progredire del degrado e allo spoglio degli elementi
della muratura.

Al momento dell’intervento di scavo sopravviveva la parte inferiore
del torrione ed erano ancora visibili parte del basamento del
torricello orientale, nonché tratti delle due cinte murarie che
delimitavano il complesso a valle, l’una sui margini del pianoro
superiore e l’altra a contenimento del ripiano inferiore, localizzato a
sud; tale ripiano faceva parte del complesso e qui erano certamente
localizzati altri edifici, se non addirittura una delle due altre torri
menzionate nei documenti trecenteschi, delle quali si sono perdute le
tracce.

I lavori sono stati condotti in tre lotti successivi, iniziando con la
rimozione dei depositi di crollo all’interno e all’esterno della torre,
proseguendo con il consolidamento, il restauro e la
rifunzionalizzazione delle strutture riportate in luce e terminando con
l’allestimento necessario alla fruizione esterna dell’area, mediante la
posa di illuminazione, parapetti e pannelli didattici.

L’asportazione dei depositi di crollo, pur non arrivando a
evidenziare i livelli archeologici, a causa dell’enorme quantità di
detriti, ha consentito di riportare in luce una serie di strutture, il
cui sviluppo planimetrico riflette nel complesso l’aspetto del castello
nella sua fase matura.

Il complesso si sviluppa a partire in origine dalla torre a pianta
quadrata, attualmente preservata per un’altezza di circa 7 metri,
localizzata sulla sommità e delimitata a valle da un primo muro di
terrazzamento. La torre è interamente realizzata in pietra e malta di
calce.

All’interno si notano ancora le riseghe di posa degli
orizzontamenti lignei originari, che suddividevano la parte residua in
vani dell’altezza di tre metri circa; sopravvivono il vano a terra, il
piano intermedio e la base del terzo, conservato in elevato per poco
più di mezzo metro.

Un secondo terrazzamento più a valle, segnala il successivo sviluppo
del complesso, cui si vanno annettendo altri edifici: sulla parte
sommitale la torre centrale viene inglobata, sui lati meridionale ed
orientale, in un sistema fortificato dotato di due torrette circolari
angolari, secondo più aggiornati dettami di architettura militare.

All’interno lo spazio è suddiviso in tre grandi vani rettangolari,
comunicanti tra loro e a loro volta aperti verso il camminamento
interno che viene a crearsi tra il preesistente primo terrazzamento e
le nuove strutture. L’insieme si arricchisce di ulteriori elementi che
ne suggeriscono la funzione residenziale, oltre che difensiva.

Ciò che appare certo è che tra XV e XVI secolo i consignori, di fronte
alle ripetute contestazioni dei rustici circa le taglie arbitrarie,
arrestarono le attività di ammodernamento del castello. Il periodo di
maggiore attività costruttiva si collocherebbe pertanto tra XIV e XV
secolo, nel momento in cui il delfino venne a far parte del consortile,
ottenendo il diritto d’uso proprio sulla “Tur d’Amun”, ovvero sulla
torre sommitale.

Successivamente il complesso non dovette subire rilevanti modifiche
fino almeno al 1562, quando sono documentati seri danni dovuti
all’assalto di La Cazette.

Abitato sporadicamente fin dalla seconda metà del XVII secolo, il
complesso aveva iniziato da allora un lento ma inesorabile declino,
marcato soprattutto dal progressivo degrado degli edifici annessi alla
torre, dei quali già all’inizio del XIX secolo si era persa memoria.

Durante la seconda campagna di scavo cominciata nel 2003 è stato
effettuato, di concerto con la Soprintendenza ai beni Archeologici,
l’intervento di scavo che ha portato alla luce numerosi ambienti fino
ad allora sconosciuti. Sono inoltre iniziati i lavori di consolidamento
delle murature, ultimati nel 2004. Il progetto del Parco Archeologico
della “Tur d’Amun” è stato reso possibile grazie al finanziamento della
Provincia di Torino sul Piano Integrato d’Area (PIA).

Durante le campagne di scavo sono venute alla luce, intorno
all’imponente torre quadrangolare, numerose e possenti murature
relative al complesso fortificato. Oltre alle due piccole torri
circolari già parzialmente visibili lungo il lato meridionale, sono ora
evidenti tre grandi vani di forma quadrangolare all’interno dei quali
sono stati aggiunti i piani pavimentali.

È stato allestito nell’area del castello e, all’interno della
torre,  un percorso di fruizione culturale e turistica del parco
archeologico, attraverso la realizzazione di un itinerario guidato che
illustra l’archeologia, la storia e i restauri del castello dal quale
si può godere di un punto di vista privilegiato e storicamente coerente
sull’intera conca di Bardonecchia. Nel paesaggio visibile dal castello
è possibile leggere l’intera storia del territorio: dalla formazione
(morfologia naturale), al popolamento medievale, alle colture
tradizionali, alla ricchezza e varietà ambientale, alla costruzione
delle infrastrutture transfrontaliere fino al turismo recente e alle
opere olimpiche.

Ritenendo il parco archeologico un ambito territoriale
caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza
di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo
all’aperto” la sua valorizzazione avverrà, ed è già avvenuta in fase
sperimentale nell’estate 2004, anche attraverso l’organizzazione di
manifestazioni culturali che ne sottolineino il carattere di centralità
antropica propria dei castelli, riportando le persone a vivere un
antico spazio. Già scenografia dello spettacolo teatrale “Poent do
jorn”, tratto dal libro di Carlo Grande “La viadei lupi,” e
dell’incontro “Parole, immagini e suoni sui tesori di arte e cultura
alpina della Valle di Susa”, è stato, nell’estate 2005, il palcoscenico
naturale di spettacoli tra i quali il gruppo occitano Lou Dalfin,
vincitore del premio Tenco 2004, previsto per il 9 luglio, giorno nel
quale si è svolta la cerimonia di apertura ufficiale del Parco
Archeologico.

Note: i testi sono stati estrapolati da “Quaderni
della soprintendenza archeologica del Piemonte: Tur d’Amun” di Luisa
Pejrani Baricco – Nicoletta Cerrato per la prima campagna di scavi”I castelli medievali di Bardonecchia” di Luca PatriaAppunti del dott. Stefano Galloro. Appunti dell’architetto Andrea Longhi

Le Fortificazioni

 

Per circa tre secoli, dopo la distruzione dei castelli di Bramafam e della Tour d’Amoun, nella conca di Bardonecchia non fu più costruita alcuna fortificazione.

Con il trattato di Utrecht, furono annesse a quello che stava per diventare il Regno di Sardegna, le alte valli della Dora e del Chisone, con la fondamentale definizione del crinale alpino quale linea di confine.

Con la realizzazione delle strade napoleoniche del Moncenisio e del Monginevro, con la comparsa, a metà Ottocento, delle prime ferrovie e quasi contemporaneamente all’idea di un tunnel ferroviario che attraversasse le Alpi, in una situazione politica che vide la cessione della Savoia alla Francia; anche il forte di Exilles si ampliò in uno sbarramento ma l’evoluzione tecnologica di quegli anni vanificò, in breve, l’intervento. L’apertura del traforo del Frejus, una delle più importanti conquiste tecnologiche, sotto il punto di vista strategico si dimostrò un pericolo. L’elemento vincente del progetto del traforo del Frejus fu l’adozione dei perforatori meccanici ad aria compressa, che furono risolutivi nello scavo dell’opera. Un’opera che fu considerata di pari importanza al canale di Suez.

Sull’altura che dominava la conca di Bardonecchia, dove ancora si ergevano i ruderi del castello del Bramafam, fu realizzata una fortificazione moderna, nata dall’unione della pietra e del calcestruzzo. Da qui l’imboccatura del traforo e tutti i tracciati che scendevano dai colli sulla conca di Bardonecchia erano sotto dominio diretto.Bramafam

Il forte Bramafam è la più importante fortificazione delle Alpi Cozie di fine Ottocento. Può datarsi agli anni 1887-88.

Nell’individuazione del sito per la costruzione del forte si soleva indicare, e così indicarono alcuni tenenti dell’esercito che sulla carta da loro redatta indicarono  sulla sommità del rilievo un “Ruine del Castello Bramafam”, toponimo che continuerà ad essere utilizzato nel corso dell’Ottocento nelle diverse relazioni di carattere strategico- militare, o anche come “altura dell’antica Torre di Bramafam”.

Il Castello di Bramafam apparteneva, come la Tour d’Amoun, ai Signori de Bardonnèche e  venne ceduto  intorno alla prima metà del Trecento, al “delfino”Giugo VII, il quale ne ordinava la ristrutturazione.

Ancora oggi la zona sottostante il forte conserva il toponimo “Chateau” o “Chatiaw”(Castello”).

Il progetto prevedeva un impianto che avrebbe occupato la sommità dell’altura, sostituendosi in alcune parti ai ruderi medievali del castello di Bramafam, la sua struttura doveva essere ben visibile e linguisticamente marcata dal toponimo dell’altura che a fine ottocento era ancora Torre Bramafam.

Nel 1890 una serie di varianti in corso d’opera, pur non stravolgendo l’originale impianto, apportò modifiche sostanziali al suo sviluppo. In una prima fase il complesso del forte era stato progettato come unico blocco, nel corso della realizzazione, seguendo la morfologia del rilievo, fu deciso di suddividere la fortificazione in tre parti distinte: la Piazza d’Armi, il corpo centrale e il bassoforte realizzato sull’estremo occidentale.

Dalla metà degli anni novanta di quel secolo, il forte era effettivamente in funzione, con l’armamento schierato.

Nel corso della prima guerra mondiale, il forte, come tutte le fortificazioni delle Alpi occidentali, fu disarmato e le artiglierie inviate sul fronte austriaco; nel frattempo il Bramafam fu utilizzato come campo di prigionia per soldati austro ungarici.

Dal 1995 la fortificazione sta rinascendo: un itinerario di visita all’interno dell’opera, la ricostruzione di 20 diversi ambienti del forte, il settore museale con armi, cannoni e memorie provenienti da fortificazioni dell’arco alpino, oltre ad una ricca collezione di uniformi del Regio Esercito, rendono questa fortezza storica un importante tassello del patrimonio bardonecchiese.

La Batteria Jafferau

Sulla sommità della cresta dello Jafferau, a quota 2788 m ., fu realizzata tra il 1897 e il 1900 quella che sarebbe stata la più alta fortificazione di Bardonecchia: la Batteria dello Jafferau.

Dalla sua posizione avrebbe potuto comandare le testate delle valli ed i rilievi che contornavano la conca di Bardonecchia, ma il suo preciso ruolo era  quello di opera difensiva progettata per spingere le proprie difese ben al di là della linea di frontiera, perciò con caratteristiche precisamente offensive. Una nuova filosofia di opere, esemplificate dalle batterie dello Jafferau e dello Chaberton. Esse sorgevano in posizioni dominanti le più possibili prossime al confine, avevano autonomia per resistere e continuare ad agire anche se oltrepassate, ed esplicavano la loro azione direttamente sul territorio nemico.

La batteria occupava la sommità della cresta per uno sviluppo di circa 300 metri ed una profondità di circa 30, delimitata su tre lati da un fossato e sul quarto da un muro a strapiombo. L’ingresso principale si presentava con un portale coronato sulla sommità da una merlatura quadrata, al di sotto la data del 1900, data di ultimazione lavori, e la titolazione Batteria dello Jafferau. Sopra l’architrave del portale era applicato uno stemma sabaudo.

Al centro della batteria si ergeva un massiccio roccioso, unica parte rimasta dell’originale Cima dello Jafferau, che suddivideva la linea di fuoco in due parti distinte, batteria di destra e batteria di sinistra, ognuna formata da due sezioni di artiglieria.

Restano, di questa batteria, le mura esterne del baraccamento che si elevano ancora oggi nella loro altezza originaria, lo sviluppo della strada interna della batteria e l’interno di alcuni locali.

La Batteria del Foëns

Lungo il versante meridionale dello Jafferau, su un ripiano a quota 2.205, fu costruita tra il 1897 e il 1899, la Batteria del Foëns, prendendo il nome dalle grange omonime ubicate poco più in basso dell’opera.

L’orografia del sito ben si prestava alla realizzazione di un appostamento d’artiglieria, in grado di battere le antistanti pendici occidentali dello Jafferau, della conca di Bardonecchia, il Colomion, le alture di Beaulard e Chateau Beaulard.

La batteria era protetta anteriormente da un terrapieno e completamente circondata da un muro di cinta per la difesa dell’opera.

Antistante l’ingresso del forte, in corrispondenza di un tornante della strada, si apriva un ampio piazzale dove s’incrociavano la mulattiera militare in risalita verso lo Jafferau ed in discesa verso Bardonecchia.

Le cinque postazioni di batteria in barbetta sono ancora visibili e in buono stato così come la riservetta (locale destinato alla conservazione delle munizioni). La casamatta è parzialmente distrutta come il muro di cinta con le feritoie.

Per maggiori informazioni, consultare il sito: www.bardonecchiafortificata.it

Museo Civico

Sulla piazza della Chiesa parrocchiale, nel centro storico di Bardonecchia, si affaccia il Museo Civico: l’edificio ottocentesco (antica sede della Casa Comunale) ospita su due piani la raccolta di testimonianze della cultura materiale locale.

Nella sala del pian terreno sono raccolti oggetti, mobili , arredi ed attrezzi della vita quotidiana, nonché una piccola sezione di arte sacra ed antichità di carattere religioso; al piano superiore sono esposti oggetti ed attrezzi da lavoro e fotografie che testimoniano l’uso del legno nelle costruzioni e l’utilizzo degli attrezzi in agricoltura.

Le profonde trasformazioni socioeconomiche che hanno interessato Bardonecchia a partire dal 1871 (data di inaugurazione del Traforo del Frejus ed apertura della linea ferroviaria internazionale Roma-Parigi, che consentiva, già allora, di raggiungere Bardonecchia da Torino in meno di due ore) ai giorni d’oggi, hanno pressoché cancellato l’immagine del paese di montagna che basava  la sua economia sull’agricoltura e l’allevamento.

Il Museo Civico di Bardonecchia consente di percepire ed immaginare, senza indugiare in stucchevoli nostalgie, attraverso oggetti e gli attrezzi di uso quotidiano, la vita della gente che per secoli ha vissuto, dignitosamente e con grandi sacrifici, in montagna; in un ambiente difficile traendo il massimo dal territorio senza pregiudicarne le possibilità di utilizzo futuro. Testimonianze del sapere dell’abilità manuale e tecnica, della versatilità, della forza e della capacità di adattamento della comunità locale al territorio ed alle sue modeste risorse.

 

 

Sentiero delle Borgate

Il sentiero delle borgate è un percorso ad anello che si snoda per circa 60 km lungo le mulattiere e le antiche vie di collegamento. È un circuito che unisce vecchie borgate e insediamenti abitativi della conca di Bardonecchia.

Le principali borgate attraversate dal sentiero sono: le grange Hyppolites in località Pian del Sole,  Melezet, Les Arnauds, la valle della Rho, la valle del Frejus, il Pian delle Stelle, con arrivo a  Issard, Rochemolles e, risalendo verso la Decoville, ai Bacini dello Jafferau, Broue, Suppas e infine borgata Geneys.

Caratteristiche delle borgate sono le antiche costruzioni funzionali a quella che era l’economia della montagna: l’allevamento e l’agricoltura; infatti le case avevano, o hanno ancora, la stalla e la cucina (o focolare) al pian terreno, al secondo piano le camere e il fienile. Il tetto è in losa locale o scandole di legno, le finestre piccole per riparare dalle rigide temperature invernali. Fino a non molto tempo fa si trascorrevano le notti invernali, o gran parte di esse, nella stalla.

La pietra e il legno locale erano i naturali materiali di costruzione di questo tipo di abitazioni.

Per esempio troviamo a Melezet il “tufo”, chiamato così impropriamente per il colore e la  porosità, con il quale sono stati costruiti archi, colonne, lesene, zoccoli, cornici dei serramenti.

Sempre in questa frazione possiamo ancora trovare, in una casa  del Seicento, pavimenti in tronchi di legno infilati nella terra battuta, oggi di nuovo in uso, soprattutto nelle vecchie grange restaurate.

Tipici dei campi circostanti gli agglomerati, sono i muri a secco che servivano per delimitare terreni e per creare terrazzamenti in parti scoscese della montagna.

La delimitazioni dei campi, più che da ragioni confinarie, era dettata dal bisogno di accumulare le pietre tolte dai campi stessi prima della loro messa a coltivo o prima dello sfalcio. In qualche muro a secco si possono ancora trovare delle nicchie  che servivano per riporre  le sementi al riparo dalle intemperie.

Meno tipica, ma pur presente alle grange della Rho è la costruzione di fienile con la tecnica a blockbau, di origine alemanno burgunda, tipica tecnica di sostrato architettonico. La stessa tecnica la ritroviamo alle grange Medau, nella casa Mack, e alle grange Hyppolites in località Pian del Sole.

Elementi caratterizzanti dell’architettura e della vita sociale dei centri stanziali, erano i forni e i mulini, ancora presenti nel tessuto degli antichi agglomerati delle borgate. Ne ritroviamo rispettivamente a Horres e a Rochemolles. Tali elementi erano di uso comune a tutto il villaggio ma non tutti i villaggi ne erano provvisti.Il pane si faceva una volta al mese e veniva conservato in luoghi umidi, mentre l’impasto si faceva lievitare nella “màdia” e poi lavorato sopra di essa. Diventato troppo duro doveva essere tagliato con un apposito strumento chiamato “chaple pan”, strumento formato da un coltello a lungo manico con impugnatura di corno: la lama era fissa ad un anello su base di legno.

Tutto ciò che ha formato la civiltà montana di un tempo, gli strumenti e le tipologie architettoniche, in particolar modo le tipiche volte che costituivano il soffitto delle stalle, ha perso la funzionalità per il quale era stato costruito, adottando una nuova funzionalità estetica e connotativa. Troveremo, di conseguenza, nelle nostre borgate locali tipici con colonne, anche ottagonali, al centro,  volte a crociera che si diramano da esse  e pareti abbellite dagli strumenti che un tempo costituivano la quotidianità della gente di montagna: ventoir, banatte, bigò, fesù, flé, raté.

L’itinerario consigliato prevede la partenza da Rocca Tagliata in direzione Bersac, Bramafam, Pian del Sole, Melezet, Les Arnauds, passeggiata del canale, o stradina delle rose, Borgo Vecchio, Grange della Rho, Grange del Frejus, Camini, Pian delle Stelle, strada militare della Melmise, Issard, Rochemolles, Mouchequite, Decoville, Bacini dello Jafferau, Brue, Suppas, Geneys.

 

 

Sentiero del Borgo

Un “sentiero”: uno spazio da percorrere per osservare, ascoltare, conoscere… Un “borgo”: un agglomerato di edifici e di persone che condividono ambiente, momenti di vita quotidiana, storia…

Una passeggiata nel “Borgovecchio” di Bardonecchia” alla ricerca degli angoli meno noti e meno rumorosi, rivela tesori inattesi e sorprendenti: elementi che parlano di storia e di cultura.
TAPPA N° 1

Piazza De Gasperi ed antico frantoio.Sul lato destro della piazza, arrivando da via Medail, prima del ponte che attraversa il torrente Fréjus, è collocata la pietra di un antico frantoio; esso veniva usato nel mulino per svolgere varie operazioni: sfibrare la canapa e predisporla alla lavorazione, produrre olio, sia dai semi della stessa canapa sia da quelli della susine selvatiche (il “prunus brigantiaca”, il cui nome deriva da Briançon), denominate nel patois locale “marmotte”. Lo sfruttamento di questi vegetali era particolarmente importante, in una zona dove la produzione di olio non poteva utilizzare altre risorse.

TAPPA n° 2

Piazza Suspize

Carlo Suspize fu notaio e per vari anni segretario comunale a Bardonecchia. Fu legato da profonda amicizia con Giovanni Giolitti, assiduo frequentatore della cittadina nei primi decenni del Novecento.

Al centro della piazza rimane un albero: un pero vecchio di circa 300 anni (ora segnalato alla Regione Piemonte per il censimento e la tutela degli “Alberi monumentali”).

Lasciandosi alle spalle piazza Suspize, si sale verso il Borgovecchio, nella via dedicata a Giolitti. Il primo edificio a destra è casa Allemand: sono da osservare la sua antica meridiana, con il motto “coelum regula mea” (il Cielo è la mia regola”) e la  bifora con la colonnina centrale in marmo.

TAPPA N° 3

Piazza Luigi Francesco Des Ambrois.

Nato ad Oulx nel 1807, il Des Ambrois fu Ministro degli Interni e dei Lavori pubblici nel regno di Sardegna (1844 – 1848); successivamente senatore e Presidente del Consiglio di Stato. Rifiutò la carica di Primo Ministro offertagli da re Vittorio Emanuele II (ruolo che sarebbe poi stato affidato a Massimo D’Azeglio). Promosse la costruzione delle linee ferroviarie Torino –Genova ed Alessandria – Lago Maggiore; portò avanti il progetto relativo al Traforo ferroviario del Fréjus, già presentato in precedenza da Francesco Medail.

È ricordato anche come primo storico di Bardonecchia per la pubblicazione, nel 1871, del testo “Notice sur Bardonnèche”, che invitiamo a consultare presso la locale Biblioteca Comunale di Viale Bramafan.

L’itinerario continua risalendo  via Cavour.TAPPA N° 4

Casa Ambrois e la “forgia”

Dopo aver svoltato a destra in via Herbarel, ed alla sinistra percorrendo questa strada, si trova un vecchio edificio, da osservare in particolare per la sua meridiana: essa riporta l’iscrizione, in parte sbiadita, “Vulnerant omnes, ultima necat” (“Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide”); era infatti consuetudine abbinare all’indicazione del passare del tempo un motto di tipo morale, che spesso incoraggiava alla preghiera ed al lavoro. La realizzazione di una meridiana sulle case delle famiglie di rango era, nel passato, una manifestazione di prestigio.

Proseguendo, sempre a sinistra, si trova una casetta rossa, un tempo adibita a “forgia”: una struttura artigianale anch’essa, come i mulini, indispensabile alla comunità. Qui si fabbricavano oggetti ed attrezzi in ferro “dolce” (un insieme di ferri vecchi riportati ad alta temperatura per poi essere rielaborati) e si producevano oggetti necessari alla vita di tutti i giorni, come aratri, zappe, chiavi, oppure veniva utilizzato il ferro norvegese (sbarre tagliate a misura per realizzare i ferri per i muli ed i cavalli): quest’ultimo era sicuramente più facile e più veloce da modellare. Dalla primavera fino alla metà dell’estate vi lavorava anche un maniscalco, che ferrava o aggiustava i ferri per circa una quarantina di muli e riparava gli oggetti rotti o rovinati. L’ultimo maniscalco di Bardonecchia è stato attivo ancora fino al 1985, proprio nella piccola e vecchia costruzione situata a sinistra dell’antica forgia. Il toponimo “Furìë” significa, appunto, “fabbri”.

TAPPA N° 5

Località “Ciambìë” e cappella Madonna delle Grazie

In passato questa zona era adibita alla coltivazione della canapa (“ciambìë”): la fibra ricavata dal fusto di questa pianta, attraverso una serie di lavorazioni, era destinata alla tessitura, per la realizzazione di lenzuola e di indumenti. Negli stessi luoghi, in prossimità del torrente, si raccoglievano rami di salice (“Salix Alba” o “Salix Viminalis”), che venivano lavorati e quindi intrecciati per la fabbricazione di cesti.

La Cappella della Madonna delle grazie reca sulla facciata la data 1712 (il campanile fu rinnovato nel 1985): si tratta di una delle tante costruzioni religiose nate con la diffusione del culto mariano, che fu promosso dalla Chiesa per rilanciare il Cattolicesimo in seguito agli anni delle guerre di religione fra Protestanti e Cattolici.

TAPPA N° 6

Tour d’Amoun

A monte del centro storico, si tratta di ciò che rimane dell’antico castello dei Signori di Bardonecchia. La Torre è anche ricordata dagli storici come teatro di un sanguinoso episodio delle guerre di religione, quando, nel 1562, guidati dal capitano La Cazette, i Cattolici appiccarono il fuoco all’edificio dove si erano rifugiati i 125 Protestanti superstiti alla battaglia. Il castello fu ricostruito, ma lasciato poi all’abbandono nei secoli successivi. Recentemente esso è stato oggetto di un primo restauro, nell’ambito del progetto per la creazione di un parco archeologico “castello Delfinale – Tour d’Amount” sull’area acquistata dal  Comune ai proprietari privati.

TAPPA N° 7

Vicolo del Castello

Questa denominazione è ovviamente legata alle strutture fortificate della famiglia dei Signori di Bardonecchia, la famiglia De Bardonnèche. La fine del potere di questa casata avvenne quando, negli anni 1330 – 1335, essa dovette definitivamente sottomettersi al dominio dei Delfini, pur dopo varie lotte per il mantenimento dell’autonomia e dopo la drammatica morte del suo ultimo rappresentante di rilievo, François de Bardonnèche.

TAPPA N° 8

Casa Clovis Ambrois

Da osservare anch’essa per la meridiana, destinata non solo a fornire l’ora, ma soprattutto ad indicare il livello di benessere della famiglia: uno “status symbol”, si direbbe oggi. Solo le famiglie più ricche, infatti, potevano commissionare lavori, soprattutto di tipo pittorico, agli artisti itineranti nel periodo compreso tra Ottocento e Novecento.

TAPPA N° 9

Via San Giorgio, antico toponimo “Laz òcia”

Quest’ampia zona, oggi residenziale, un tempo era utilizzata per le coltivazioni di patate e segale, anche grazie alla sua favorevole esposizione ed alla vicinanza col centro abitato.

Il termine “òcia” sembra derivato dal gallico o dal celtico, con il significato di “terreni dissodati per primi quando ci si insediava in un nuovo posto”, oppure di “terreni fertili”.

TAPPA N° 10

Cappella di San Rocco

Nel 1630 una terribile epidemia di peste decimò la popolazione, 791 decessi e 301 sopravvissuti (si tratta della stessa epidemia diffusa in tutto il Nord). Per scongiurare l’ulteriore diffusione della malattia, gli abitanti di Bardonecchia ricorsero a San Rocco. Vissuto nel XIV secolo ed originario della Francia Meridionale, egli era giunto pellegrino in Italia, dove si era prodigato per curare gli appestati fino a subirne il contagio; secondo la leggenda egli si salvò grazie alle cure del suo cane, che quotidianamente gli leccava le ferite e prelevava ogni giorno un pane dalla mensa del suo ricco padrone per nutrirlo. A questo santo gli abitanti di Bardonecchia fecero un voto solenne: venne costruita in suo onore la cappella in località “Le Manne” e viene tuttora celebrata una funzione religiosa solenne, ogni anno, il giovedì a metà della Quaresima, alla quale partecipa tutta la popolazione. È da notare che tale voto sia stato voluto e formalizzato dall’Amministrazione Comunale, come si rileva nel testo originario letto ogni anno nella ricorrenza.

TAPPA N° 11

Casa Barneaud (ex Cappella di Sant’Ippolito)

Ora trasformata in casa di abitazione, questo edificio, posto presso la canonica, fu utilizzato quale chiesa parrocchiale per 23 anni, da quando cioè, nel 1806, fu distrutta la chiesa principale. Si trattava, allora, della sede della confraternita di Sant’Ippolito, antica istituzione con scopi religiosi e sociali. Il passato di quest’edificio è confermato dalla presenza di una croce, ben visibile sul culmine del tetto.

TAPPA N° 12

Chiesa Parrocchiale di Sant’Ippolito

L’edificio fu in gran parte ricostruito, in seguito al crollo, nel XIX secolo: si riprese ad officiare in esso il 18 gennaio 1829, anche se in condizioni di grande disagio; la chiesa fu poi consacrata  il 14 luglio 1833 e dedicata ai Santi Ippolito e Giorgio. I suoi tesori d’arte meritano una visita dettagliata: gli stalli del coro (provenienti dall’Abbazia di Novalesa), l’ancona di Sant’Ippolito, il fonte battesimale, l’organo del 1863…

Sono presenti  due  campanili: quello più recente a destra, a bulbo, di stile ottocentesco; quello a sinistra, in stile romanico, è l’unico resto dell’antica chiesa di Santa Maria “ad lacum”, che fu risparmiato nella demolizione per limitare le spese. Costruito prevalentemente in pietra, esso presenta quattro piani di aperture a bifora; si possono osservare gli archetti pensili, le “chiavi” o “tiranti” utilizzati per rinforzare la struttura,  e due pilastri  angolari. Il tetto è costruito da una copertura di “lose”, con una croce sorretta  da una sfera di metallo. La costruzione della “nuova”  chiesa assorbì quindi l’antico campanile; la campana, che da secoli vi era custodita, fu trasferita in quello di destra.

A lato del campanile romanico si trova un edificio ricco di valore al suo interno: la “sala degli stemmi”, un salone affrescato con gli stemmi delle famiglie gentilizie di Bardonecchia.

Sulla piazza della chiesa, infine, troviamo la più antica fontana del borgo, con incisa la data 1651,  più volte spostata nelle zone di Bardonecchia. Le fontane, come il forno e la chiesa, erano un tempo luoghi di aggregazione.

TAPPA N° 13

Casa Brunet e casa Agnès

Volgendo le spalle alla facciata della Chiesa di Sant’Ippolito, troviamo alla nostra sinistra casa Brunet: particolarmente interessante è l’imponente arcata in pietra del ‘700, essa è sormontata da una pigna, che simboleggia la fertilità e che si può ritrovare su varie fontane della valle. Subito dopo troviamo il Museo Civico, voluto da monsignor Bellando nel 1953; vi si possono ammirare numerosi oggetti che riportano alla vita quotidiana del passato locale, quale vestiti, mobili, attrezza da lavoro, materiali  di uso domestico. Adiacente all’edificio del museo ecco casa Agnès: appartenuta ad un’antica famiglia nobile, che annoverò tra i suoi componenti personaggi che rivestirono cariche pubbliche: Georges, ammiraglio e Ministro di Stato, Mathieu, generale e ministro della Guerra. Lo stemma è costruito da un agnello pasquale d’argento in campo rosso.

TAPPA N° 14

Casa Pellerin

Dalla piazza della chiesa, scendendo lungo il Vicolo delle Torri, si imbocca via Fiume e si svolta a sinistra: qui si trova casa Pellerin, dove si osserva inizialmente il portone; sulla sua arcata in carniola è incisa la data 1555, in cifre gotiche. Essa è sormontata da una balconata in ferro battuto di buona fattura. Ben visibile è l’antica meridiana, che riporta la frase “Ombra son del sole figlia”.

A conclusione di quest’itinerario, che ci riporta in piazza Suspize, bisogna ricordare anche un altro personaggio famoso che fece tappa a Bardonecchia: Leonardo da Vinci, diretto in Francia, che ammirò le nostre montagne e valicò il colle del Fréjus; ce lo ricorda  l’autore russo Demetrio Mereskouski nella sua opera “La rinascita degli dei”.

Il sentiero del Borgo è stato realizzato dalla classe III B della Scuola Media di Bardonecchia (sezione dell’Istituto di Istruzione Superiore “Luigi Des Ambrois” di Oulx) in collaborazione con l’”Associazione Gruppo Guide natura” nelle persone delle Signore Eliana Blanc e Agnese Dijaux e con il coordinamento della prof.ssa Daniela Rossi. È stata utilizzata anche la collaborazione del Comune di Bardonecchia e di Montagnedoc – Montagne Olimpiche 2006. Si ringraziano tutte le persone e le istituzioni che hanno collaborato alla realizzazione.

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